| Schema di una trappola di idrocarburi |
| Immagine sismica di un possibile obiettivo; in giallo
e verde sono evidenziati i due riflettori sismici che
individuano la struttura a cupola |
| Modello di giacimento ricavato combinando
vari dati geofisici; in giallo è segnata la parte mineralizzata
a olio, in rosso quella a gas. Le linee scure sono i tracciati
dei pozzi, in grigio sono evidenziati i piani di faglia che ripartiscono
il giacimento |
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Approfondimenti: il petrolio
Il petrolio è una miscela naturale di idrocarburi
allo stato liquido, accompagnati da idrocarburi gassosi (metano, etano,
propano), o solidi come i bitumi e gli asfalti, nonché da acqua
salata. Tutti i tipi di idrocarburi sono formati da Carbonio e Idrogeno,
con percentuali minori di Ossigeno, Azoto e Zolfo, ed il numero di
atomi di carbonio nella molecola determina lo stato fisico del composto
(gassoso fino a 4 atomi di C, liquido da 5 a 16 atomi, e solido oltre
i 16 atomi). Il petrolio grezzo è più o meno viscoso,
ha colore variabile da giallo chiaro a nero opaco e spesso mostra una
fluorescenza da verde ad azzurra.
Il petrolio deriva dalla trasformazione
lentissima di materia organica (resti di alghe unicellulari e microorganismi
del plancton marino e lacustre, vegetali continentali) accumulata insieme
a fanghi calcarei e argillosi di ambiente marino, lagunare e salmastro.
Se il deposito viene rapidamente coperto da altri sedimenti, o l'ambiente
di accumulo è povero di ossigeno, la materia organica sfugge
alla decomposizione e l'ulteriore seppellimento a grandi profondità sotto
il carico dei sedimenti più recenti può avviare le reazioni
che portano alla formazione degli idrocarburi.
Nel corso del seppellimento
a profondità sempre
maggiori, la materia organica subisce un progressivo riscaldamento
fino a raggiungere, nel corso di alcuni milioni di anni, le temperature
della finestra petrolifera , normalmente comprese tra 80 e
180°C. In condizioni appropriate di pressione (raggiunte a circa
3 km di profondità) ed in presenza di adeguati catalizzatori
(metalli pesanti e minerali delle argille) a 65°C i componenti
della materia organica non decomposta cominciano a trasformarsi in
una sostanza chiamanta "kerogene", che agisce come precursore
del petrolio vero e proprio. A partire da circa 80°C le ulteriori
trasformazioni producono gli idrocarburi liquidi e, oltre i 150°C
gli idrocarburi gassosi. Temperature superiori a 200°C distruggono
completamente le molecole organiche, producendo acqua e anidride carbonica.
Le rocce all'interno delle quali si è accumulata la materia
organica, e nelle quali si sviluppano le reazioni che la trasformano
in petrolio, sono dette rocce madri e, normalmente, non sono
le stesse dalle quali il petrolio viene poi estratto: infatti, i fanghi
ricchi di materia organica si compattano sotto il peso dei depositi
soprastanti, riducendo il volume dei pori ed espellendo i fluidi (acqua
salata e idrocarburi) intrappolati dal sedimento. Il petrolio, quindi,
durante e dopo la sua formazione si sposta per distanze spesso considerevoli
(alcune decine di chilometri) fino a raggiungere le rocce serbatoio ,
nelle quali si formerà il giacimento.
Per consentire la migrazione
e l'accumulo del petrolio una roccia serbatoio deve essere molto porosa
e permeabile, ma possedere anche una struttura rigida molto solida
in modo che la pressione delle rocce soprastanti non comprima i pori
che possono ospitare dei fluidi. Normalmente le rocce serbatoio sono
costituite da potenti depositi sabbiosi, dolomie cariate, calcari di
scogliera o, più raramente, rocce metamorfiche
o magmatiche molto fratturate. Nei giacimenti il petrolio è associato
ad acqua salata, sulla quale galleggia, ed al gas che si accumula alla
sommità della trappola. Poiché il petrolio tenderebbe
a proseguire la sua migrazione fino a raggiungere la superficie, perché si
formi un giacimento la roccia serbatoio deve avere una forma a cupola
ed essere coperta e circondata da rocce impermeabili che intrappolino
i fluidi accumulati al suo interno.
Poiché la chiusura della trappola non è sempre completa,
si può verificare una fuga parziale degli idrocarburi dal giacimento
con manifestazioni superficiali sotto forma di laghetti di asfalto
o vulcanetti di fango (putizze , acque salse): agli
inizi dell'esplorazione petrolifera, tra il XIX e il XX secolo, i pozzi
venivano perforati nelle località dove erano presenti queste
manifestazioni. Attualmente, dovendo raggiungere giacimenti posti ad
alcuni chilometri di profondità (fino a 8000 m) o in mare aperto,
non basta affidarsi alla sola geologia di superficie per individuare
un obiettivo ma si utilizza la tecnica delle prospezioni sismiche ,
mediante la quale si possono elaborare immagini delle strutture del
sottosuolo e localizzare forme a cupola che potrebbero rappresentare
un giacimento petrolifero. Dai dati geofisici, acquisiti durante e
dopo la perforazione dei pozzi esplorativi e di coltivazione, si ricavano
modelli dettagliati del giacimento, in modo da ottimizzarne lo sfruttamento.
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