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Storia del museo
Il primo nucleo del Museo Zoologico dell'Università di
Padova fu costituito dalla collezione di Antonio Vallisneri, che il figlio
omonimo donò all'Università nel 1733. Antonio Vallisneri
padre (1661-1730) era stato chiamato a Padova nel 1700 a coprire la cattedra
di Medicina Pratica, in un primo tempo, e di Medicina Teorica, poi, fino
alla sua morte, che avvenne nel 1730. Il figlio si dedicò allo
studio delle Scienze e, nel 1734, quando alla cattedra Ostensio Simplicium
fu affiancata una nuova cattedra Ad descriptionem et ostensionem caeterorum
simplicium, con la quale si sanciva la divisione tra l'insegnamento della
Botanica, "Semplici vegetabili", da quello degli altri naturalia, "Semplici
non vegetabili", fu chiamato a coprire quest'ultima cattedra. A buon
diritto, quindi, Antonio Vallisneri figlio, sia per il suo insegnamento,
che nel 1760 mutò il nome in Ad Naturalem Historiam, sia per la
donazione della collezione paterna, da cui nacque il Gabinetto di Storia
Naturale, con sede nel palazzo del Bo', può considerarsi il fondatore
della Storia Naturale dell'Università di Padova.
La collezione vallisneriana, come d'uso in quei tempi, era molto eterogenea,
a testimonianza dei vasti interessi e della curiosità degli Studiosi
dell'epoca verso discipline diverse, e comprendeva reperti archeologici,
numismatici, naturalistici, strumenti medici e pezzi anatomici, con una
predilezione verso le rarità naturali e le deformità e
mostruosità anatomiche, che dovevano costituire oggetto di studio
e di insegnamento. E' difficile ricostruire il corpo dei reperti dell'originale
collezione vallisneriana, in quanto ne possediamo soltanto un elenco
abbastanza sommario dello stesso Vallisneri padre, (pubblicato postumo
nel 1733), nel quale si lamenta la fragilità e la difficoltà di
conservazione di molti preparati, e alcune testimonianze di Studiosi
invitati a visitarla. Il figlio, inoltre, contribuì ad arricchire
le collezioni in modo discontinuo e non documentato.
Attualmente alla collezione originaria del Vallisneri si possono far
risalire con sicurezza solo pochi pezzi dell'attuale Museo Zoologico:
un corno di rinoceronte con base in ottone, parte di una conchiglia di
Nautilus incisa e un Nautilus montato a candelabro, un dente di narvalo
("corno di lion-corno") e forse qualche altro. Dell'epoca di Vallisneri
figlio sono invece due importanti reperti, ben documentati e datati,
tuttora giacenti presso il Museo di Zoologia: una gigantesca tartaruga
marina, Dermochelys coriacea, catturata nei dintorni di Ostia nel 1760 e donata all'Università di Padova da Papa Clemente XIII e la cui raffigurazione ad opera di Domenico Vandelli (1761) servì a Carlo Linneo per la sua descrizione della specie pubblicata nella XII edizione del Systema naturae; presente inoltre uno scheletro di capodoglio (Cao d'Ogio), Physeter macrocephalus,
arenatosi in Dalmazia presso Zara nel 1767 e affidato per studio all'Università dalla
Repubblica Serenissima di Venezia.
Dalla morte di Vallisneri figlio (1777), per circa trent'anni. La cattedra
di Storia Naturale rimase vacante ed il Museo cadde in stato di completo
abbandono fino all'avvento del napoleonico Regno Italico, che ripristinò la
cattedra di Storia Naturale, affidandola a Stefano Andrea Renier (1806).
Questi mise grande impegno nel riordino delle collezioni, separando definitivamente
la parte archeologica, affidata alla Pubblica Biblioteca, presso la Sala
dei Giganti, la parte fisica e quella medica, che vennero associate alle
rispettive cattedre, mentre la parte naturalistica rimase nella sua sede
al Bo', arricchita di numerosissimi esemplari sia fossili sia conservati.
Nel travagliato periodo di passaggio tra il breve governo napoleonico
e l'Impero austriaco, però, per non essere tacciato di filofrancesismo,
il Renier divenne tanto filoaustriaco da recarsi a Vienna portando in
dono alcuni pezzi del museo di Padova e una pregevole collezione di conchiglie.
Durante il suo incarico il museo acquisì lo scheletro di un giovane
elefante, abbattuto in Venezia nel 1819, la cui triste storia, descritta
nei documenti dell'epoca, ci rende consapevoli delle notevoli difficoltà tecniche
dovute all'arretratezza dei metodi di preservazione.
Dopo la morte del Renier (1829) assunse la supplenza, prima, e la cattedra
di Storia Naturale, poi, il bellunese Tommaso Antonio Catullo, che sarà anche
Rettore (dal 1843 al '44), e che lascerà l'insegnamento, per raggiunti
limiti di età, nel 1852. Come professore e Direttore del Gabinetto
di Storia Naturale, assieme al suo assistente, dott. Giandomenico Nardo,
il Catullo si apprestò con grande impegno ad assolvere al compito,
affidatogli dalle Autorità Accademiche, di riordinare le Collezioni
zoologiche, già catalogate, in modo discontinuo e non scientificamente
aggiornato, dal Renier (in questo Catullo è molto critico verso
il suo predecessore!). Al Catullo, che vive il periodo di fervidi dibattiti
scientifici, che precedettero le teorie darviniane, si deve un catalogo
ragionato dei materiali museali, raggruppati e spesso riclassificati
secondo i più recenti Autori dell'epoca, con appunti sulle variazioni
della nomenclatura e relativa bibliografia, nonché l'istituzione
di un registro, giunto fin quasi ai giorni nostri, in cui i Direttori
del museo annotavano via via le nuove acquisizioni, le donazioni, i vari
interventi e le spese sostenute. Il museo, che così riordinato
occupava tre stanze del palazzo del Bo' e contava non meno di 1400 specie,
fu approntato in occasione della IV Riunione degli Scienziati Italiani,
che si tenne a Padova nel 1842.
In seguito, dopo alcuni anni difficili per l'Università di Padova,
dovuti al regime poliziesco instaurato dall'Impero Austro-Ungarico in
risposta ai moti risorgimentali, la cattedra di Storia Naturale venne
attribuita a Raffaele Molin, prima e ad Antonio Keller poi, due studiosi
di scarso rilievo scientifico, di cui il primo ha, tuttavia, il merito
di aver arricchito il museo di una collezione di uova di uccelli e di
una raccolta di elminti, molti dei quali nuovi per la Scienza.
Finalmente, nel 1869, la cattedra di Storia Naturale fu sdoppiata nei
due insegnamenti di Geologia e Mineralogia (attribuito a G. Omboni) e
di Zoologia e Anatomia Comparata, che, affidato al trentino Giovanni
Canestrini, il quale lo terrà fino al 1900, anno della sua morte.
Il Canestrini fu un grande studioso, convinto evoluzionista (per primo
tradusse in italiano l'Origine delle specie di Darwin), che si dedicò con
slancio alla valorizzazione e all'arricchimento dei quello che, sotto
di lui, diventerà il Museo di Zoologia e Anatomia Comparata, pervenuto
fino a noi così configurato. Sotto la sua direzione, nel 1873,
il Museo fu trasferito dal Bo' alla Scuola di S. Mattia, vicino all'Ospedale
(sede di alcuni Istituti di Medicina), dove venne allestito in ampi spazi,
e si arricchì dei materiali dell'ex Istituto Veterinario e dell'annesso
Gabinetto Zootomico, soppressi, dopo un solo travagliato secolo di vita,
con l'annessione del Veneto al Regno d'Italia. A Canestrini dobbiamo
nuove collezioni di uccelli e pesci, ma soprattutto una ricchissima collezione
di Aracnidi (di cui era specialista) e di Miriapodi, che comprende numerosi
esemplari-tipo e specie nuove per l'Italia, e che, a tutt'oggi, è ancora
solo parzialmente studiata. In occasione del trasloco del Museo venne
rivisto e completato il catalogo, iniziato da Catullo e Nardo, delle
collezioni, che risultano molto più numerose che ai giorni nostri,
vuoi per mancanza di nuovi apporti, vuoi per perdite e compromissioni
di preparati, dovute non solo alle tecniche inadeguate di preparazione
e conservazione dell'epoca, ma anche all'incuria e agli eventi bellici
successivi.
Seguì una serie di Direttori di scarsa rilevanza, che non seppero
o non vollero sostenere le sorti del museo, ad eccezione del Carazzi,
che si battè, fin dalla sua chiamata a Padova (1905), per la costruzione
di una nuova sede, che alloggiasse solo l' Istituto e il Museo di Zoologia
e Anatomia Comparata; l'edificio, sito in via Loredan 10, dopo alterne
vicende, fu ultimato e reso disponibile per la sua originaria destinazione
solo alla fine della Prima Guerra Mondiale, tra il 1919 e il 1920.
Da dimenticare è la storia del museo negli anni successivi, finché,
negli anni '50, sotto la direzione di Umberto D'Ancona, il prof.
G. Marcuzzi fu incaricato del riordino del museo, che avvenne recuperando
e restaurando il materiale ancora in buono stato, allestendo nuove funzionali
vetrine e con l'apporto di nuove raccolte; sebbene la catalogazione del
materiale sia rimasta incompiuta, secondo una stima del Marcuzzi stesso,
le specie presenti sarebbero più di 5000. Il Museo, così rinnovato,
con numerosi tabelloni didascalici e un'impostazione di taglio più ecologico,
fu riaperto al pubblico nel 1966, in occasione dell'annuale Settimana
dei Musei promossa dal M.P.I. Ben presto, però l'Istituto di via
Loredan (che nel frattempo aveva cambiato il nome in Istituto di Biologia
Animale), divenne troppo affollato, i laboratori risultarono non più sufficienti
e gli spazi destinati al museo cominciarono ad essere invasi da strumentazione
scientifica. Alla fine, nel 1979, tutte le collezioni furono imballate
e trasferite, con i relativi arredi, in uno stabile di via Jappelli,
dove tuttora si trovano.
Da pochi anni, tuttavia, nell'ottica più generale di un recupero
dei Musei Scientifici e della loro riapertura non solo al mondo scientifico,
ma anche al pubblico, con fini didattico-culturali, l'Università di
Padova ha deciso di investire notevoli risorse per la creazione di un
Centro Museale, che dovrebbe avere come sede l'antico e restaurato palazzo
Cavalli. Con i primi finanziamenti stanziati, si sta attualmente procedendo
al recupero e al risanamento dei preparati da tanto tempo trascurati
e contemporaneamente alla ricatalogazione e informatizzazione di tutto
il materiale presente.
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