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Dantedì

Anche il CAM si unisce alle celebrazioni del Sommo Poeta

 

Il 25 marzo è il Dantedì, la Giornata nazionale che celebra Dante Alighieri e la Divina Commedia: la scelta della data non è casuale, ma coincide con il giorno che gli studiosi riconoscono come inizio del suo viaggio ultraterreno. L'edizione di quest'anno è tanto più significativa, in quanto nel 2021 cade il 700° anniversario della morte del Sommo Poeta.

Anche i Musei di Ateneo si uniscono alle celebrazioni per testimoniare quanto la figura e gli scritti di Dante abbiano segnato profondamente tutte le espressioni culturali e artistiche a venire.

I loro racconti spaziano dall'arte alla geologia, dalla botanica all'archeologia, dalla zoologia alla storia dell'educazione e la geografia, fino ad interessare anche l'anatomia patologica!

 


Patrimonio Storico-artistico di Ateneo

Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l'armi!
Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!

Inferno XVII, 1-3

A Palazzo Cavalli, oggi sede del Centro di Ateneo per i Musei, c'è un affresco di Giacomo Parolini, risalente ai primi anni del Settecento, che raffigura "Ercole e Gerione". Per la sua "sozza immagine di froda", Parolini si rifà direttamente a Dante e ci mostra un Gerione composto da differenti nature: volto umano, zampe artigliate, busto di serpente (un rimando diretto a Satana), che termina con un pungiglione avvelenato simile a quello dello scorpione. Una scelta insolita rispetto alla più diffusa iconografia del mostro tricefalo, per cui c'è però una possibile spiegazione. Come ricostruito da Paolo Baldan, per tratteggiare il suo insidioso mostro Dante si ispirò non al re iberico, ma ad un Gerione euganeo, dio benevolo protettore delle mandrie, cui era dedicato un importante santuario nelle vicinanze di Abano Terme. Descritto da Lucano e da Svetonio, l'oracolo di Gerione è per il Sommo Poeta fraudolento, poiché solo a Dio (o a coloro che sono da Lui direttamente ispirati) è dato di conoscere il futuro. Pericolosa dunque perché subdola, ambigua, ingannatrice, tanto da portare alla perdizione chi di lei si fida - come il padovano Reginaldo Scrovegni, che non a caso appare in primo piano quando Gerione approda -, la frode può essere però sottomessa dall'uomo giusto: il possente Ercole; ma anche il committente dell'opera, Federico Cavalli.

 


Museo Botanico

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella; [...]
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico

Inferno XV, 55-66

Campione d’erbario di fico raccolto dal conte Luigi Tibertelli, che diventerà un pittore famoso con lo pseudonimo di Filippo de Pisis:
“Ficus carica L. var.caprificus, Mura di cinta (Montagnone) Ferrara, 19.4.1914. Forma rinselvatichita”

 


Museo dell'Educazione

Ben te ne puoi accorger per li volti
e anche per le voci püerili,
se tu li guardi bene e se li ascolti.

Paradiso XXXII, 48

 Come i bambini vedevano Dante una volta?

Ecco due esempi: il famoso “Giannetto” del Parravicini – un libro di lettura per i fanciulli delle scuole elementari usato per buona parte dell’Ottocento – nell’edizione milanese del 1865 che mostra un’incisione del busto di Dante correlata al racconto di Giannetto che è il narratore di tutto il testo, come se si trattasse di un romanzo. Il secondo testo è “L’aquilotto nel nido (Dante Alighieri fanciullo)”, libro di E. Ventura del 1957 che fa parte di una collana per le biblioteche scolastiche, dove si raccontano alcuni episodi della vita di Dante quand’era bambino.

 

 

Museo di Geografia

Già era 'l sole a l'orizzonte giunto
lo cui meridïan cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto

Purgatorio II, 1-3

Nell’immagine del Terra di Dante, essa era immobile, al centro dell’Universo. La parte emersa (ovvero “La Gran Secca” Inf. XXXIV, v. 113) “era tutta compresa nell’emisfero settentrionale, ed era comunemente rappresentata in ecumeni circolari, all’interno dei quali la metà superiore appariva occupata dall'Asia, la metà inferiore dall’Europa e dall’Africa” (A. Cecilia, Gerusalemme centro dell’Ecumene Dantesco, “La geografia nelle scuole”, 1971, pp. 201-203). Al centro delle terre emerse, sovrastata dal meridiano che nella geografia dantesca è meridiano iniziale, era Gerusalemme, sotto la quale si apriva la voragine dell’Inferno, e ai cui antipodi si ergeva il monte del Purgatorio, unica isola ad emergere dalle acque che occupavano interamente l’emisfero meridionale. Tra le rappresentazioni della Terra conservate presso il Museo di Geografia, la riproduzione del Mappamondo di Hereford (1290) realizzata da Konrad Miller nel 1903 restituisce questa immagine, con Gerusalemme in posizione perfettamente centrale e, alle estremità dell’ecumene, il Gange e le Colonne d’Ercole.

 

 

 

Museo di Geologia e Paleontologia

Qual è quella rovina che nel fianco
di qua da Trento L’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è si la roccia discoscesa
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse

Inferno XII, 4-9

La frana che Dante descrive nella Divina Commedia viene tradizionalmente identificata con i Lavini di Marco, ai piedi del Monte Zugna, sulla riva sinistra dell’Adige, poco a sud di Rovereto (Trento). Prima di Dante, anche Alberto Magno ne parlava nel XIII secolo, riportando che il crollo aveva provocato la distruzione di alcuni paesi lungo l’Adige. Dagli anni novanta del secolo scorso i Lavini di Marco sono diventati un importante geosito dopo una segnalazione della presenza di impronte fossili fatta, nel 1988, al Museo Tridentino di Scienze Naturali. Dal 1991 sono iniziati studi e ricerche sulle superfici di distacco della frana, in particolare in località Vallon, dove le impronte trovate sulla roccia sono state riconosciute come importanti piste di dinosauri. Un gruppo di geologi, tra cui il Prof. Paolo Mietto, allora al Dipartimento di Geoscienze della nostra università, hanno identificato varie centinaia di orme dinosauriane, corrispondenti ad un’associazione di più di 140 individui. Più precisamente sono state identificate circa 70 piste, più 90 orme isolate e altro materiale che fanno supporre al passaggio di più di 200 individui. Le tracce sono state lasciate da teropodi (dinosauri carnivori ad andatura bipede), da ornitopodi (dinosauri erbivori) bipedi e quadrupedi, anche di grandi dimensioni.

Le piste sono datate al Giurassico inferiore, circa 200 Milioni di anni fa, e sono state impresse sui sedimenti deposti in un ambiente tipico di una grande piana di marea simile alle Bahamas attuali.
Bisogna però fare attenzione a non confondere le cavità di erosione presenti sui grossi blocchi franati dei Lavini con impronte di dinosauro, che invece si trovano sui piani di strato della superficie di distacco, sui quali è scivolata la frana.

 

 

Museo di Scienze Archeolgiche e d'Arte

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.

Inferno IV, 121-123

Presso il Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte si conserva un piccolo ritratto maschile in marmo, un tempo appartenuto alla rinascimentale collezione Mantova Benavides. La piccola scultura raffigura un personaggio maturo, caratterizzato da un’estesa calvizie dissimulata da una corona d’alloro posta sul capo. L’identificazione del personaggio raffigurato con Cesare è collezionistica: in realtà pochi e labili sono i caratteri fisionomici confrontabili con i ritratti noti del grande condottiero, sia antichi che rinascimentali. Tuttavia quest’opera rinascimentale pur modesta fu tenuta in grande considerazione da Marco Mantova Benavides (1489-1582) il quale, come ricorda il pronipote Andrea, la conservava nella parte più intima del suo museo, ovvero nello studiolo privato, tra gli oggetti a lui più cari. Nella cultura umanistica di cui Marco era partecipe ed apprezzato esponente, le immagini di personaggi illustri come questo “Cesare” potevano assumere molteplici valenze simboliche ed evocare non solo l’antichità ma indicare anche modelli comportamentali e specifiche virtù intellettuali e morali, divenire cioè degli exempla.

 


Museo di Zoologia

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta

Inferno I, 31-33

La lonza è la prima delle tre fiere che Dante incontra nella Selva Oscura nel primo canto dell'Inferno mentre sta faticosamente salendo il colle. La lonza rappresenta allegoricamente la Lussuria e viene citata nuovamente dal poeta nel porgere a Virgilio la corda che gli cingeva i fianchi perché questo la butti sul lato opposto del burrone che devono attraversare.
La lonza viene talvolta identificata nella lince talvolta nel leopardo, entrambi macchiettati ed entrambi animali dal significato demoniaco nei bestiari medievali.
Noi abbiamo scelto per voi il leopardo, ovvero uno dei più grossi felini esistenti, un temibile predatore ampiamente diffuso in Africa (principalmente a sud del Sahara) e in Asia (dal Medio Oriente alla Cina). Si tratta di un predatore crepuscolare, con un corpo lungo e muscoloso che si avvicina furtivamente alla preda per poi balzarle addosso e soffocarla con un morso al collo. I muscoli pettorali particolarmente sviluppati e la lunga coda usata come bilanciere gli consentono di arrampicarsi agevolmente sugli alberi dove riesce a trascinare anche prede notevolmente più pesanti di lui per poterle divorare in pace, lontano da altri predatori.

 

 

Museo di Anatomia Patologica

Uomini fummo, e or sem fatti sterpi:
ben dovrebb'esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi

Inferno XIII, 37-39

Simbolo della medicina razionale
Due avambracci tannizzati da Lodovico Brunetti, uniti in una stretta di mano e avvolti da un serpente anch’esso tannizzato. L’arto di colore più scuro, appartenuto secondo la descrizione di Brunetti a un contadino morto di pellagra, rappresentava Ippocrate di Coo (460 a.C.-377 a.C.), padre della medicina, la cui scuola emancipò per la prima volta questa scienza dal sapere magico-religioso. Appare significativa la scelta di un arto scuro, sebbene a causa di una patologia, per rappresentare la provenienza greca. L’altro arto, più chiaro, non è patologico e allude a Giovanni Battista Morgagni (1682-1771), considerato il fondatore dell’anatomia patologica e del cosiddetto “metodo morgagnano”, che coincide con la moderna correlazione clinico-patologica. Le due mani sono avvolte da un serpente tannizzato, simbolo della scienza medica, e rappresentano l’alleanza tra medicina antica e moderna, o meglio fra il metodo clinico, tipico della scuola ippocratica, e quello morgagnano, incentrato sullo studio della lesione anatomica e della correlazione tra il substrato morfologico e la clinica. In un manifesto celebrativo del 1865 l’opera fu dedicata, insieme alla Suicida punita, al seicentenario della nascita di Dante Alighieri e nel 1867 furono entrambe in mostra in una vetrina di reperti tannizzati dell’Esposizione Universale di Parigi che valse a Brunetti il Grand Prix delle arti e dei mestieri.

La suicida punita
Questo preparato, realizzato con la tecnica della tannizzazione da Lodovico Brunetti nel 1863, rappresenta una ragazza di 18 anni, sarta, rinvenuta annegata sull’argine del fiume che all’epoca scorreva vicino l’Ospedale Giustinianeo. Secondo le cronache del tempo si trattò di un suicidio provocato da una delusione amorosa. Nel corso dell’autopsia, Brunetti eseguì un calco in gesso del viso e della parte superiore del busto della ragazza. Successivamente tolse la pelle del viso e del collo, la sgrassò con etere solforico e la fissò con acido tannico, rendendola imputrescibile. Applicò il tessuto così ottenuto sul calco, in cui la fisionomia della ragazza era stata riprodotta fissando occhi di vetro e modellando orecchie di gesso e spalle ricoperte da un leggero tessuto di pizzo. Per nascondere le lacerazioni della pelle provocate dai ganci usati per recuperare il cadavere dal fiume, Brunetti concepì l’idea di rappresentare la punizione riservata all’inferno a coloro che avevano commesso il grave peccato del suicidio. Pose alcuni rami di legno di fronte al busto, sui quali avvolse dei serpenti tannizzati che coprivano gli squarci e sembravano in procinto di divorare il volto della ragazza. Fu Brunetti stesso a intitolare La suicida punita come preparato di “anatomia artistica”.

Nel 1865 Brunetti inviò a Firenze un manifesto celebrativo in cui dedicava l’opera, insieme al Simbolo della medicina razionale, al seicentenario della nascita di Dante Alighieri. Nel 1867 entrambi i preparati, insieme a ulteriori organi e apparati tannizzati, entrarono a far parte dell’Esposizione Universale di Parigi. In quell’occasione, Brunetti venne premiato con il Grand Prix della sezione arti e mestieri per l’ottima qualità dei suoi reperti e per l’innovativa tecnica di preservazione dei corpi. La suicida punita fu oggetto di particolare ammirazione. Nel libretto accompagnatorio della collezione esposta da Brunetti, l’anatomopatologo si vantò di aver ricevuto complimenti dai parenti della ragazza per la precisione di cui aveva dato prova nel ricostruire la fisionomia della defunta. Si tratta di un caso straordinario, dunque, che rispecchia una cultura della morte molto lontana da quella attuale.


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